Puntata de "Il Testimone Vip" del 5 aprile 2011, la nuova serie del programma di MTV Italia ideato, realizzato e condotto da Pif con ospite Danilo Gallinari.
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domenica 10 aprile 2011
IL TESTIMONE VIP - Danilo Gallinari
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lunedì 28 febbraio 2011
I° Pepsi Slam Dunk Contest

Nella giornata di sabato 26 febbraio 2011 è andato in scena il primo Slam Dunk Contest sponsorizzato da Pepsi nella spettacolare cornice del Jesus Christ Center, adiacente alla parrocchia Mater Ecclesiae del Villaggio 1° maggio in Rimini. Competizione che si rifà alla più celebre e celebrata gara di schiacciate d'oltreoceano nella quale la settimana precedente Blake Griffin, l'ala grande/centro dei Los Angeles Clippers ha sparigliato la concorrenza. Ritornando all'evento Made in Italy i quattro contendenti, tutti provenienti dal fiorente settore giovanile del Malatesta Basket Rimini, hanno "battagliato" più di due ore senza trovare un padrone! Infatti Kobe Bryant, Manu Ginobili, Shawn Marion e Tracy McGrady a fine giornata si sono trovati al quinto turno con lo stesso punteggio totalizzato da una giuria imparziale e poco generosa. Presente sugli spalti dopo il delicato match giocato contro la selezione dei migliori under 13 del circondario riminese il portiere della Juventus e dalla Nazionale, Gianluigi Buffon.
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venerdì 25 febbraio 2011
NBA All Star Game 2011
Venerdì 18 febbraio 2011
Tra difese inesistenti meglio i Rookie

Nella partita che ha dato il via al weekend dell'All Star Game di Los Angeles i Rookie hanno battuto i Sophomore 148-140 in un match ricco di grandi passaggi e grandi schiacciate e poverissimo di buone giocate difensive.
Il play dei Washington Wizards John Wall ha stabilito il record di 22 assist per un Rookie Challenge cui ha aggiunto 12 punti intascando il premio di MVP e contribuendo a sconfiggere i Sophomore per il secondo anno consecutivo. Per i debuttanti anche 33 punti e 14 rimbalzi del centro dei Sacramento Kings DeMarcus Cousins. Per la squadra dei giocatori del secondo anno la guardia degli Oklahoma City Thunder James Harden è arrivato a 30 punti mentre DeJuan Blair dei San Antonio Spurs ha messo insieme 28 punti e 15 rimbalzi.
Sabato 19 febbraio 2011
Un incredibile Blake Griffin vince la gara delle schiacciate

Con un incredibile volo sopra una macchina Blake Griffin ha vinto la gara delle schiacciate dell'All Star Game NBA 2011. Il rookie dei Los Angeles Clippers ha ricevuto la palla dal compagno di squadra Baron Davis che era all'interno della macchina col tetto aperto ed è andato a schiacciare a due mani mentre un coro a centrocampo cantava "I believe I can fly", so di poter volare. Griffin era il favorito della gara, tuttavia Javale McGee (Washington Wizards) nel primo turno si è guadagnato il punteggio più alto dai giudici schiacciando con tre palloni in due canestri separati. Ma nella finale Griffin ha prevalso con una schiacciata che lo ha visto entrare col braccio nella rete e penzolare col gomito prima di portare l'automobile sul campo. In precedenza James Jones (Miami Heat) ha rovinato la festa dei Boston Celtics vincendo la gara dei tiri da tre punti contro Ray Allen e Paul Pierce. Infine, la guardia di Golden State Stephen Curry ha battuto quella di Oklahoma City Russell Westbrook nella Skills Challenge, gara di abilità in passaggi, dribbling, tiri e layup.
Domenica 20 febbraio 2011
Il marchio di Kobe sull'All Star Game

Not in My House, non a casa mia questo è il risultato finale dell'All Star Game giocatosi allo Staples Center di Los Angeles dove il padrone della città degli angeli Kobe Bryant guida l'Ovest al trionfo. Ventiquattro ore dopo aver lasciato le impronte di mani e piedi sulla Walk of Fame il Mamba è l'assoluto protagonista dell'evento in puro stile hollywodiano e davanti ad uno stuolo di celebrity trascina la Western Conference al successo per 148-143 sulla Eastern. Il capitano dei Lakers di fronte al pubblico amico si esalta siglando trentasette punti conditi da quattordici rimbalzi e conquistando il quarto Mvp della sua carriera. Non basta la stratosferica prova di LeBron James sul versante opposto. Il prescelto archivia la sfida con 29 punti, 12 rimbalzi e 10 assist diventando l'unico giocatore insieme a Micheal Jordan a compiere una tripla doppia in un All-Star Game. Il match è da riassumersi in poca difesa da entrambe le compagine ma anche tanto spettacolo e in un quarto periodo che comunque ha saputo regalare parecchie emozioni. La rimonta infatti guidata proprio dal prescelto e da Stoudemire sembrava preludere un finale differente da quello immaginato fin dalla palla a due ma l'energia nel pitturato di Gasol autore anche lui di un ottima prova manteneva la Western Conference a distanza di sicurezza. Festeggia l'Ovest e come da sceneggiatura annunciata i titoli di coda sono tutti per Kobe Bryant che alza il premio di MVP dell'incontro.
da it.nba.com :
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sabato 5 febbraio 2011
NBA TV - Bobblehead
giovedì 3 febbraio 2011
Griffin Show

DURANTE L'ESTATE fra "The Decision", trasferimenti di stelle e trade varie, pochi si sono concentrati sul fatto che la stagione 2010-2011 sarebbe stata la prima di Blake Griffin, il rookie dei Los Angeles Clippers, primo uomo scelto nel draft del 2009 dopo i due anni disputati ad Oklahoma. Questa dimenticanza è stata dovuta a due fattori: in primo luogo al fatto che erano diversi quelli che consideravano Griffin un giocatore un po' sopravvalutato e non ancora pronto per avere un impatto forte nella Lega; ed in secondo luogo perché, dopo essersi infortunato al ginocchio nell'ultima partita di preseason della stagione 2009-2010 ed essendo rimasto fermo ai box per tutto il campionato, il suo nome era passato un po' sotto silenzio ed era da un po' di tempo che non si sentiva parlare di lui. Ma Griffin, ala di 2.08 per 115 chili racchiusi in un fisico compatto, fortissimo ma ugualmente esplosivo e reattivo, con qualità atletiche e di salto veramente straordinarie, stava preparando al meglio il suo esordio nella NBA. E non c'è dubbio che, almeno stando a quello che si è visto in questa prima metà di stagione, ci sia riuscito piuttosto bene... Griffin infatti in men che non si dica è diventato non solo il giocatore più spettacolare della Lega, non solo lo schiacciatore più tremendo e continuo, ma anche uno dei migliori elementi e questo nella sua stagione da rookie a poco più di 21 anni e mezzo. Il 32 dei Clippers con le sue schiacciate, i suoi numeri, il suo rendimento altissimo e continuo ha trasformato la seconda squadra di Los Angeles, ha gasato e caricato pubblico e compagni, insomma sembra aver cambiato volto a quella che è la squadra barzelletta della NBA per quel misto di sfortuna ed errori pacchiani che hanno caratterizzato in gran parte i 40 anni della sua storia nelle varie edizioni fra Buffalo e San Diego prima del trasferimento nella metropoli californiana. Una storia fatta di scelte nel draft sbagliate, trade quasi assurde, cambiamenti continui o quasi a livello di allenatori e guida tecnica, ma anche - diciamo la verità - tanta sfortuna con giocatori chiave che si sono infortunati gravemente con una costanza quasi inquietante, vedi i casi di Bill Walton, Danny Manning, Ron Harper ed Elton Brand. L'ex stella di Oklahoma (18.8 punti e 11.8 rimbalzi di media nelle due stagioni con i Sooners con il 61.8% al tiro ed il 58.9% dalla lunetta) è arrivato come una ventata d'aria fresca a rivitalizzare ed a ridare entusiasmo, speranza per un domani importante e ricco di vittorie ad un club depresso, racchiuso nel suo destino avverso, quasi incapace di reagire.

MA BLAKE GRIFFIN non è solo schiacciate, anzi, anche se l'affondata resta la parte più visibile, notevole ed elettrizzante del suo repertorio (primo nella NBA per schiacciate effettuate davanti ad un certo Dwight Howard). Griffin ha dimostrato di saper giocare e di essere un'ala forte completa. Era da tempo che non si vedeva un 2.08 (forse un po' esagerati) come lui, veloce, rapido, reattivo, potente capace di segnare dalla media, di correre come una guardia, ma anche di palleggi dietro alla schiena, virate, cambi di ritmo e direzione in palleggio, appoggi, finger roll, ma anche tiri dalla media, senza poi dimenticare la presenza a rimbalzo difensivo ed offensivo, la difesa fisica ed efficace su ali forti e centri e la grinta che mette in ogni segmento di gioco con sfondamenti presi, tuffi, raddoppi, aiuti e quant'altro si possa chiedere ad un giocatore quasi totale. Blake si arrabbia quando qualcuno gli dice che sa solo schiacciare ed è per questo che sta cercando di variare il suo gioco per essere il più completo possibile, e va detto che l'anno di stop per l'infortunio al ginocchio da questo punto di vista gli è servito parecchio. I suoi punti deboli al momento sono due: la percentuale ai liberi - caratteristica per molti big-man - e la comprensione tattica del gioco che si traduce in una difficoltà a capire cosa deve fare e dove deve stare in attacco e in difesa, ma anche in una scarsa attitudine al passaggio. Ma è giovane ed avrà tempo per migliorare, cosa che comunque sta già facendo. Quello che sorprende ed impressiona maggiormente in lui non sono solo le sue schiacciate eseguite in tanti modi diversi, ma il quoziente di difficoltà delle stesse visto che le effettua indifferentemente partendo dalla linea di fondo, da dietro il canestro, arrivando a rimorchio in contropiede, sfruttando gli alley-oop che gli servono i compagni, ma sempre con azioni a rischio della sua incolumità, fatto che esalta ancor di più non solo i tifosi dei Clippers, ma anche quelli delle squadre della città dove i ragazzi di coach Del Negro vanno a giocare. Ed anche da questo punto di vista Griffin è una manna per i Clippers e per l'NBA perchè Griffin fa vendere i biglietti ed ora le gare in trasferta dei Clips sono quasi un evento.
I NUMERI DI GRIFFIN in questa prima parte di regular season sono super e lo mettono su un piedistallo accanto a rookie che poi hanno trovato posto nella Hall of Fame ed hanno lasciato un segnale nella storia del gioco. Griffin viaggia a 22.6 punti e 12.8 rimbalzi di media in 37' tirando con il 51.5% su azione e con un modesto 61.7% dalla lunetta. Solamente sei rookie in passato possono vantarsi di avere avuto cifre analoghe o superiori alle sue: Kereem Abdul-Jabbar, Elgin Baylor, Walt Bellamy, Wilt Chamberlain, Elvin Hayes e Shaquille O'Neal: decisamente niente male come compagnia! Ma quello che ha lasciato a bocca aperta, oltre alle sue strepitose schiacciate, sono state le sue doppie-doppie a livello di punti e rimbalzi fatte segnare dal 20 novembre al 17 gennaio. Il 19 gennaio contro Minnesota ha chiuso con 29 punti e 8 rimbalzi, poi la striscia è ripresa con altre quattro gare in doppia-doppia che in totale sono 37 su 45 gare giocate. Non male il ragazzo!
Di Stefano Benzoni
"Superbasket" #5 1-7 febbraio 2011 - pg. 42-43
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venerdì 23 luglio 2010
Danilo Gallinari - Videoclip Sportitalia 10/06/2010
Una clip video sull'ala dei New York Knicks, Danilo Gallinari, andata in onda il 10 giugno scorso come apertura allo speciale con ospite lo stesso Danilo su Sportitalia.
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martedì 15 giugno 2010
"Rolando Blackman Mr. Classe" di Pietro Scibetta
È stato per 13 stagioni una stella NBA, ha disputato 4 All-Star Game, è il miglior marcatore nella storia dei Mavericks e ha giocato nella nazionale Usa. Poi Rolando Blackman è venuto un anno in Italia e ha subito vinto lo scudetto. Non certo un caso.
Stile, eleganza, classe, carisma. Sono parole che si sposano perfettamente per definire idealmente un signore del parquet come Rolando Blackman.
Pulito ed efficace da giocatore, concreto e grintoso quando lavora in palestra, ora è "Director of Basketball Development" dei Dallas Mavericks e partecipa anche a camp di livello internazionale come l'ultimo RBK Eurocamp di Treviso.
Diciamo, anzi, che per il ruolo di allenatore sembra proprio avere il cosiddetto "physique du rôle".
"Il mio approccio al lavoro è sempre molto intenso - dice - mi piace entrare in campo carico, con la voglia di insegnare per trasmettere ai giocatori quella di imparare. Soprattutto insisto con i fondamentali: se hai talento e aggiungi dei buoni fondamentali, diventi un giocatore pericoloso".
Impossibile dargli torto, questo è l'abc di ogni allenatore che si rispetti.
E forse avrebbe da insegnare anche la cosiddetta "attitudine": parliamo di un personaggio da 18.0 di media in carriera in NBA, con una punta di 22.4 nella stagione 1983-84 in maglia Mavericks.
Guadagnava 255.000 dollari lordi - e se pensiamo che oggi per quella cifra firmerebbe per una formazione di medio livello in Serie A o per una squadra forte di LegaDue e che Marbury percepirà 40 e passa milioni di dollari nei prossimi due anni a New York, ecco, allora si ha davverlo la percezione di quanto il mondo sia cambiato.
Di "attitudine" ne ha avuta parecchio bisogno, come dice lui stesso, perchè quando ha deciso di porre fine a una esperienza NBA durata tredici stagioni, Blackman varca l'Oceano per approdare prima all'AEK Atene e successivamente, anno di grazia 1995, in Italia con l'allora ambiziosa Olimpia Milano, targata Stefanel.
Bei tempi?
"L'annata che vissuto a Milano è stata una delle più belle e intense della mia vita. Ho avuto come compagni dei grandissimi giocatori ma soprattutto delle persone eccezionali. Certo, venire in Europa è stata dura perchè ho dovuto lavorare su un modo diverso di posizionarmi sul campo e perchè ho dovuto imparare delle nuove regole, su tutta quella dei 'passi' [cosa comune, per la verità, a tutti gli americani d'Europa, ndr]. Riuscire ad adattarsi, sia per un americano in Europa che viceversa, è una questione di atteggiamento e di predisposizione a imparare".
Lo sa, Rolando, che quella fu l'ultima stagione in cui Milano ha vinto lo scudetto [conclusa da lui con 14.9 punti e il 41.6% da tre in 40 partite]?
"Certo, e ricordo con grande piacere i campioni con cui ho giocato: Nando Gentile, Gregor Fucka, Dejan Bodiroga, un tiratore straordinario come Flavio Portaluppi, un allenatore eccezionale come Bogdan Tanjevic: urlava spesso e volentieri ma il basket lo conosce, ho un grande rispetto per lui come coach".
Quasi tutti hanno smesso, ormai.
"Già, e avrei voluto assistere all'ultima di Dejan e unirmi ai tifosi di Roma per la giustissima standing ovation che gli è stata riservata. Lui è un campione in tutti i sensi, un grande del gioco. Dovete sapere che quando scelsi di giocare a Milano sapevo bene con che giocatori avrei avuto a che fare, ho sempre chiesto molte informazioni prima di firmare. Ed è chiaro che la presenza di atleti di questo spessore mi ha fatto facilmente dire sì all'Olimpia".
Tanto facilmente che...
"Sarei rimasto volentieri a Milano, ma il nuovo coach [Franco Marcelletti, ndr] probabilmente non mi conosceva abbastanza e visti i tentennamenti dei dirigenti ho deciso di cambiare".
Per seguire proprio Tanjevic in Francia.
"Scelsi di firmare per Limoges con Boscia, ma fu un errore. C'erano dirigenti come John Dearman e Didier Rose che mi raccontarono un mucchio di bugie, davvero delle brutte persone. Credo che Rose sia andato anche in galera in seguito. Comunque, dopo sei settimane di discussioni decisi che ne avevo abbastanza".
Parliamo ancora del suo nuovo ruolo nei Mavs. Oltre ad aver fatto il telecronista, come detto, ora è a capo del programma di "Basketball Development", ovvero...
"Ho l'opportunità di poter lavorare con i giovani che un domani arriveranno nella NBA e trasmettergli la mia esperienza. Mi diverto a fare l'allenatore, perchè ho la possibilità di continuare a restare in un mondo, quello del basket, che ho amato tantissimo per tutta la mia vita. Viaggio per tutto il mondo per conto dei Mavericks e vado a vedere i migliori talenti; il lavoro mi permette sia di stare sul campo che di occuparmi degli aspetti più legati al business della mia squadra".
Nel nome del caro, vecchio "global game".
"Credo che sia meraviglioso avere in NBA tutti questi giocatori giovani che arrivano da tutto il mondo a offrirci il loro talento, come Dirk [Nowitzki], Yao Ming e Andrea Bargnani. Il loro arrivo ha costretto gli americani, anche i giocatori, a pensare che non conta solo il fatto di essere nati a New York per poter ambire a essere giocatori importanti. Magari esiste un piccolo paesino in una nazione semisconosciuta dove cresce un ragazzo che è più forte di te".
Parliamo della NBA dei giorni nostri.
"A Dallas lavoriamo per vincere, anche se ovviamenti ci dobbiamo riprendere dal colpo da KO subito da Golden State negli ultimi playoff, che è spiegabile per una serie di fattori. Primo fra tutti il fatto che si trattava di una squadra che ci aveva creato problemi già in regular season, una struttura molto particolare. Poi forse siamo arrivati ai playoff con giocatori troppo riposati, fuori tensione agonistica. Le ultime gare di regular season abbiamo lasciato spazio a chi aveva giocato meno durante l'annata, un errore che non commetteremo di nuovo. Stavolta terremo tutti sempre carichi a livello mentale".
Anche perchè, in Texas, avete San Antonio che continua a guardarvi dall'alto in basso.
"Bisogna essere onesti: per tutti coloro che amano il gioco, San Antonio è una squadra fantastica, un modello da seguire. Giocano una difesa organizzata e intensa, muovono la palla, giocano dentro e fuori, si appoggiano su un grande lungo come Duncan e possono contare sull'imprevedibilità di Ginobili. Hanno giocatori intelligenti e preziosi come Bowen. Insomma, sono fortissimi".
Dicono che sono noiosi, però.
"Non è che tutti possono giocare come i Lakers di Magic Johnson - e poi il bel basket non è solo quello dello Showtime. A me loro piacciono per la consistenza e la solidità che sprigionano, alla fine bisogna intendersi su dove si vuole arrivare".
In che senso?
"Beh, se vuoi finire su quealche poster con una schiacciata basta poco, ma il discorso cambia se vuoi arrivare a baciare un trofeo".
Insomma, caccia agli Spurs!
"Dobbiamo tenere d'occhio tutti, per evitare altri scivoloni come contro Golden State. Ma quelli da battere sono loro".
Da "Dream Team" del Gennaio 2008.
Stile, eleganza, classe, carisma. Sono parole che si sposano perfettamente per definire idealmente un signore del parquet come Rolando Blackman.Pulito ed efficace da giocatore, concreto e grintoso quando lavora in palestra, ora è "Director of Basketball Development" dei Dallas Mavericks e partecipa anche a camp di livello internazionale come l'ultimo RBK Eurocamp di Treviso.
Diciamo, anzi, che per il ruolo di allenatore sembra proprio avere il cosiddetto "physique du rôle".
"Il mio approccio al lavoro è sempre molto intenso - dice - mi piace entrare in campo carico, con la voglia di insegnare per trasmettere ai giocatori quella di imparare. Soprattutto insisto con i fondamentali: se hai talento e aggiungi dei buoni fondamentali, diventi un giocatore pericoloso".
Impossibile dargli torto, questo è l'abc di ogni allenatore che si rispetti.
E forse avrebbe da insegnare anche la cosiddetta "attitudine": parliamo di un personaggio da 18.0 di media in carriera in NBA, con una punta di 22.4 nella stagione 1983-84 in maglia Mavericks.
Guadagnava 255.000 dollari lordi - e se pensiamo che oggi per quella cifra firmerebbe per una formazione di medio livello in Serie A o per una squadra forte di LegaDue e che Marbury percepirà 40 e passa milioni di dollari nei prossimi due anni a New York, ecco, allora si ha davverlo la percezione di quanto il mondo sia cambiato.
Di "attitudine" ne ha avuta parecchio bisogno, come dice lui stesso, perchè quando ha deciso di porre fine a una esperienza NBA durata tredici stagioni, Blackman varca l'Oceano per approdare prima all'AEK Atene e successivamente, anno di grazia 1995, in Italia con l'allora ambiziosa Olimpia Milano, targata Stefanel.
Bei tempi?
"L'annata che vissuto a Milano è stata una delle più belle e intense della mia vita. Ho avuto come compagni dei grandissimi giocatori ma soprattutto delle persone eccezionali. Certo, venire in Europa è stata dura perchè ho dovuto lavorare su un modo diverso di posizionarmi sul campo e perchè ho dovuto imparare delle nuove regole, su tutta quella dei 'passi' [cosa comune, per la verità, a tutti gli americani d'Europa, ndr]. Riuscire ad adattarsi, sia per un americano in Europa che viceversa, è una questione di atteggiamento e di predisposizione a imparare".
Lo sa, Rolando, che quella fu l'ultima stagione in cui Milano ha vinto lo scudetto [conclusa da lui con 14.9 punti e il 41.6% da tre in 40 partite]?
"Certo, e ricordo con grande piacere i campioni con cui ho giocato: Nando Gentile, Gregor Fucka, Dejan Bodiroga, un tiratore straordinario come Flavio Portaluppi, un allenatore eccezionale come Bogdan Tanjevic: urlava spesso e volentieri ma il basket lo conosce, ho un grande rispetto per lui come coach".
Quasi tutti hanno smesso, ormai.
"Già, e avrei voluto assistere all'ultima di Dejan e unirmi ai tifosi di Roma per la giustissima standing ovation che gli è stata riservata. Lui è un campione in tutti i sensi, un grande del gioco. Dovete sapere che quando scelsi di giocare a Milano sapevo bene con che giocatori avrei avuto a che fare, ho sempre chiesto molte informazioni prima di firmare. Ed è chiaro che la presenza di atleti di questo spessore mi ha fatto facilmente dire sì all'Olimpia".
Tanto facilmente che...
"Sarei rimasto volentieri a Milano, ma il nuovo coach [Franco Marcelletti, ndr] probabilmente non mi conosceva abbastanza e visti i tentennamenti dei dirigenti ho deciso di cambiare".
Per seguire proprio Tanjevic in Francia.
"Scelsi di firmare per Limoges con Boscia, ma fu un errore. C'erano dirigenti come John Dearman e Didier Rose che mi raccontarono un mucchio di bugie, davvero delle brutte persone. Credo che Rose sia andato anche in galera in seguito. Comunque, dopo sei settimane di discussioni decisi che ne avevo abbastanza".
Parliamo ancora del suo nuovo ruolo nei Mavs. Oltre ad aver fatto il telecronista, come detto, ora è a capo del programma di "Basketball Development", ovvero...
"Ho l'opportunità di poter lavorare con i giovani che un domani arriveranno nella NBA e trasmettergli la mia esperienza. Mi diverto a fare l'allenatore, perchè ho la possibilità di continuare a restare in un mondo, quello del basket, che ho amato tantissimo per tutta la mia vita. Viaggio per tutto il mondo per conto dei Mavericks e vado a vedere i migliori talenti; il lavoro mi permette sia di stare sul campo che di occuparmi degli aspetti più legati al business della mia squadra".
Nel nome del caro, vecchio "global game"."Credo che sia meraviglioso avere in NBA tutti questi giocatori giovani che arrivano da tutto il mondo a offrirci il loro talento, come Dirk [Nowitzki], Yao Ming e Andrea Bargnani. Il loro arrivo ha costretto gli americani, anche i giocatori, a pensare che non conta solo il fatto di essere nati a New York per poter ambire a essere giocatori importanti. Magari esiste un piccolo paesino in una nazione semisconosciuta dove cresce un ragazzo che è più forte di te".
Parliamo della NBA dei giorni nostri.
"A Dallas lavoriamo per vincere, anche se ovviamenti ci dobbiamo riprendere dal colpo da KO subito da Golden State negli ultimi playoff, che è spiegabile per una serie di fattori. Primo fra tutti il fatto che si trattava di una squadra che ci aveva creato problemi già in regular season, una struttura molto particolare. Poi forse siamo arrivati ai playoff con giocatori troppo riposati, fuori tensione agonistica. Le ultime gare di regular season abbiamo lasciato spazio a chi aveva giocato meno durante l'annata, un errore che non commetteremo di nuovo. Stavolta terremo tutti sempre carichi a livello mentale".
Anche perchè, in Texas, avete San Antonio che continua a guardarvi dall'alto in basso.
"Bisogna essere onesti: per tutti coloro che amano il gioco, San Antonio è una squadra fantastica, un modello da seguire. Giocano una difesa organizzata e intensa, muovono la palla, giocano dentro e fuori, si appoggiano su un grande lungo come Duncan e possono contare sull'imprevedibilità di Ginobili. Hanno giocatori intelligenti e preziosi come Bowen. Insomma, sono fortissimi".
Dicono che sono noiosi, però.
"Non è che tutti possono giocare come i Lakers di Magic Johnson - e poi il bel basket non è solo quello dello Showtime. A me loro piacciono per la consistenza e la solidità che sprigionano, alla fine bisogna intendersi su dove si vuole arrivare".
In che senso?
"Beh, se vuoi finire su quealche poster con una schiacciata basta poco, ma il discorso cambia se vuoi arrivare a baciare un trofeo".
Insomma, caccia agli Spurs!
"Dobbiamo tenere d'occhio tutti, per evitare altri scivoloni come contro Golden State. Ma quelli da battere sono loro".
Da "Dream Team" del Gennaio 2008.
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mercoledì 9 giugno 2010
"Kobe Bryant Black Mamba" di Gloria Mattioni
Ha lo stesso soprannome di Uma Thurman (in "Kill Bill"), gioca nei Lakers di Los Angeles, a 31 anni ha già vinto 4 titoli Nba e guadagna 23 milioni di dollari a stagione. E se il basket non vi interessa, non importa: qui si parla del talento di realizzare i propri sogni (e far sognare)
Neanche un mese alle finali dei playoff di basket e a Los Angeles il termometro degli umori è impazzito. È tornato l'entusiasmo il 27 aprile, dopo la vittoria schiacciante dei Lakers contro la squadra di Oklahoma City. Partita epica (111-87), che li ha riportati in lizza come difensori del titolo. Questa storia però comincia prima, l'11 aprile, dietro le quinte di una partita invece persa, da dimenticare. Los Angeles contro Portland, Staples Center. Ma forse dovrebbe chiamarsi Kobe Temple, il tempio di Kobe. Una ragazza mi passa accanto sventolando un cartello: «Sono venuta da Cleaveland (città del rivale LeBron James, n.d.r.) per vedere il vero re dell'Nba». Un'altra, in coda al chiosco dei pop corn, abbassa le ciglia: «KO», dice la palpebra destra. «BE», conclude la sinistra. Intanto il cellulare continua a brillare, con gli sms delle amiche. «Toccalo. Ti prego. Fallo per me. Dimmi che è VERO». «Chiedigli di Vanessa, delle bambine». «Portami l'autografo o mio figlio non mi parlerà più». In effetti, preferirei cento volte guardare la partita da un posto in platea tra i fan, libera di emozionarmi, saltare in piedi e urlare, invece che dalla tribuna stampa in compagnia di stagionati, irreprensibili cronisti sportivi. Ma il dovere è dovere, e in fondo in platea ci sono stata, pochi mesi fa, per la partita mozzafiato contro Sacramento in cui Kobe infilò il canestro all'ultimo secondo utile (l'ha fatto già sei volte in questa stagione, tiro vincente e sirena finale).Kobe Bryant ci piace. Molto. E non solo perchè, a trentun anni, ha già vinto quattro titoli Nba, è stato miglior giocatore nel 2008, due volte miglior marcatore, dodici volte All Star, medaglia d'oro alle Olimpiadi di Pechino. Kobe ci piace perchè fa sognare. Anche quelli a cui del basket non potrebbe importare di meno. Kobe sa sognare, ha realizzato il suo sogno. Senza bacchetta magica, ma con sudore e coraggio. Isolamento e ossa rotte.
Ma ritorniamo allo Staples, 11 aprile, dunque. Spogliatoio dei Lakers, prima della partita. Kobe, cuffie in testa e iPod nella tasca dell'accappatoio. Sparisce a farsi massaggiare per rappezzare i danni. Il ginocchio destro, sfasciato. Il gomito sinistro, anche. E poi l'indice della mano destra tanto massacrato da costringerlo a cambiare tecnica di tiro. Nell'armadietto ha lasciato calzini neri, maglione a striscie grigie e nere orizzontali, blazer nero e occhiali da sole enormi, neri. Nero, grigio, bianco. I colori che predilige quando non indossa l'oro e porpora della divisa dei Lakers.
Allo Staples (dove a tifare per lui vengono regolarmente Jack Nicholson, Denzel Washington, Cameron Diaz, Leonardo DiCaprio, i Red Hot Chili Peppers e così via) Kobe ci arriva regolarmente in Orange County in elicottero. Un lusso che può permettersi, con i 23 milioni di dollari di stipendio annuale. Cominciamo a parlare appena ritorna dal massaggio. Capisce l'italiano benissimo, grazie ai sette anni trascorsi in Italia quando suo padre, Joe "Jellybean", giocava nel nostro campionato (a Pistoia e poi a Reggio Emilia).
Per cominciare gli chiedo di autodefinirsi con un aggettivo. «Insaziabile. Sono sempre stato affamato di risultati. La motivazione al successo l'ho dentro. Da sempre». Quando parla, ti guarda fisso negli occhi. «È stata la pallacanestro a definire la mia vita. Ho ancora e sempre bisogno di approfondire, di raffinare la mia abilità trasferendo nel gioco tutto ciò che ho imparato come uomo. Perchè adoro vincere. Ne ho un bisogno quasi fisico. Ma non farei così tanti sacrifici solo per mettermi al dito un anello (il trofeo per chi vince l'Nba, n.d.r.) e andarmene in pensione imbottito di dollari. Non riuscirei a giustificare il tempo che porto via alle mie figlie. Quello che mi definisce è la volontà di raggiungere gli obiettivi con passione». Ammette di non prenderla bene neanche quando Vanessa, sua moglie, lo batte a Cranium, il gioco da tavola. «Kobe vuole essere il migliore. Alcuni lo trovano arrogante», dice Tex Winter, l'allenatore stratega dell'attacco a triangolo, che conosce Kobe dal 1999, quando Winter arrivò ai Lakers al seguito di Phil Jackson. «Ma soltanto perchè si rifiutano di vedere che cosa ha dentro».
Quello che Bryant ha dentro, viene da lontano. Dalla sua biografia sappiamo
che nel 1989, a undici anni, viveva a Reggio Emilia. «E già sfidava chiunque nell'uno contro uno: era convinto di vincere», ricorda Brian Shaw, oggi assistente allenatore dei Lakers, che in quegli anni giocò una stagione a Roma. Ecco quello che successe in seguito: tre anni dopo Kobe torna a Philadelphia, dov'è nato, ed entra nella squadra della Lower Merion High School. Si alza alle cinque del mattino per allenarsi e rimane in palestra anche di sera, mentre i suoi compagni di scuola pensano al proprio look e alle ragazze. Vince il titolo statale e batte il record di punti segnati, che era stato stabilito dal leggendario Wilt Chamberlain. Poi, senza passare dal college, arriva la chiamata dell'Nba. Viene scelto dai Charlotte Hornets e ceduto subito ai Lakers, che prima di ingaggiarlo lo sottopongono a un provino: di fronte a lui Michael Cooper, uno dei migliori difensori della storia della Nba. Kobe se lo mangia. Secondo Jerry West, all'epoca general manager: «Il ragazzo ha più talento di qualsiasi altro giocatore». Continua così la leggenda delle sfide di Kobe. Uno contro uno, sfrontato e convinto di vincere sempre.
che nel 1989, a undici anni, viveva a Reggio Emilia. «E già sfidava chiunque nell'uno contro uno: era convinto di vincere», ricorda Brian Shaw, oggi assistente allenatore dei Lakers, che in quegli anni giocò una stagione a Roma. Ecco quello che successe in seguito: tre anni dopo Kobe torna a Philadelphia, dov'è nato, ed entra nella squadra della Lower Merion High School. Si alza alle cinque del mattino per allenarsi e rimane in palestra anche di sera, mentre i suoi compagni di scuola pensano al proprio look e alle ragazze. Vince il titolo statale e batte il record di punti segnati, che era stato stabilito dal leggendario Wilt Chamberlain. Poi, senza passare dal college, arriva la chiamata dell'Nba. Viene scelto dai Charlotte Hornets e ceduto subito ai Lakers, che prima di ingaggiarlo lo sottopongono a un provino: di fronte a lui Michael Cooper, uno dei migliori difensori della storia della Nba. Kobe se lo mangia. Secondo Jerry West, all'epoca general manager: «Il ragazzo ha più talento di qualsiasi altro giocatore». Continua così la leggenda delle sfide di Kobe. Uno contro uno, sfrontato e convinto di vincere sempre.Anche ora che è un divo affermato, si alza alle sei ogni mattina, l'ora in cui altri suoi colleghi tornano a casa dai party. «Preparo la colazione alle bambine, le faccio ridere». I nomi di Natalia e Gianna, sette e tre anni, sono tatuati sotto quello della loro mamma, sul deltoide destro. Già, Vanessa, una presenza costante accanto al marito: si conobbero quando lui aveva 21 anni e lei 17, nello studio di registrazione dove lei ballava per un video musicale e lui, stella nascente dei Lakers, avrebbe dovuto registrare un album di rap che poi non venne mai fatto. Uscirono insieme per pochi mesi: Vanessa dovette finire l'high school privatamente, per evitare i paparazzi. Poi il matrimonio, nonostante la "scomunica" dei Bryant, che ritenevano lei troppo giovane per sposarsi. Ma quando nacque la prima bambina, ritornò l'unità familiare.
«Siamo in pace», sintetizza oggi lui. Pace? E il Kobe che vuole la guerra? Quello che solo la battaglia può placare l'insaziabilità? Fuori dal campo, spiega, è un altro, è proprio questa "pace" a ricaricarlo, rendendolo il guerriero invincibile del parquet.
Continuiamo la nostra conversazione alla fine di una partita frustrante. Kobe è deluso ma "incassa" con classe. Sa perdere, come i veri campioni. Gli racconto che in Italia circola una leggenda: dicono che alle elementari firmasse autografi ai compagni di scuola, sostenendo che un giorno sarebbero valsi una fortuna.
Ride. «Dicevo a tutti che avrei giocato nella Nba e sarei diventato un grande campione. Ma loro mi prendevano in giro. Ero l'unico ragazzino nero della mia scuola, e del mio quartiere, già fissato per il basket. Mi allenavo da solo, imitando le mosse che avevo visto in televisione e visualizzando il mio sogno: infilare i canestri della vittoria nei secondi finali, con gli spettatori che esultano gridando il mio nome. Il pallone da basket era il mio unico vero amico».
Trant'anni dopo, Kobe è orgoglioso del suo soprannome, Black Mamba (lo stesso di Uma Thurman in Kill Bill), e racconta: «La consapevolezza "black" per me è arrivata tardi. Essendo cresciuto in Italia, non credevo che la nostra gente potesse identificarsi con me. Poi arrivarono i momenti difficili (nel 2003 fu accusato di violenza carnale da un'impiegata d'albergo del Colorado: il caso venne poi dichiarato nullo dal tribunale, senza processo, n.d.r.) e proprio allora ebbi enormi manifestazioni di sostegno dalla comunità nera. Così mi sentii ancor più motivato nella mia parte di role model».
Gli chiedo che cosa vuol dire esattamente per lui. «Secondo me significa essere capace, e voler influenzare gli altri, a dare il meglio di se stessi. Un atleta di successo è nella posizione ideale per ispirare gli altri. Dobbiamo essere eroi, nella sconfitta come nella vittoria: tutto si svolge in diretta, sotto gli occhi degli spettatori, senza editing. Ci guardarono superare ostacoli, infortunarci e fare cose "impossibili". Cadere e rialzarci: il senso della vita. È quello che noi atleti possiamo fare anche fuori dal campo: aiutare a ricostruire altre squadre. Rafforzare la fiducia delle persone, ispirarle e osare l'impossibile».
«Siamo in pace», sintetizza oggi lui. Pace? E il Kobe che vuole la guerra? Quello che solo la battaglia può placare l'insaziabilità? Fuori dal campo, spiega, è un altro, è proprio questa "pace" a ricaricarlo, rendendolo il guerriero invincibile del parquet.
Continuiamo la nostra conversazione alla fine di una partita frustrante. Kobe è deluso ma "incassa" con classe. Sa perdere, come i veri campioni. Gli racconto che in Italia circola una leggenda: dicono che alle elementari firmasse autografi ai compagni di scuola, sostenendo che un giorno sarebbero valsi una fortuna.
Ride. «Dicevo a tutti che avrei giocato nella Nba e sarei diventato un grande campione. Ma loro mi prendevano in giro. Ero l'unico ragazzino nero della mia scuola, e del mio quartiere, già fissato per il basket. Mi allenavo da solo, imitando le mosse che avevo visto in televisione e visualizzando il mio sogno: infilare i canestri della vittoria nei secondi finali, con gli spettatori che esultano gridando il mio nome. Il pallone da basket era il mio unico vero amico».
Trant'anni dopo, Kobe è orgoglioso del suo soprannome, Black Mamba (lo stesso di Uma Thurman in Kill Bill), e racconta: «La consapevolezza "black" per me è arrivata tardi. Essendo cresciuto in Italia, non credevo che la nostra gente potesse identificarsi con me. Poi arrivarono i momenti difficili (nel 2003 fu accusato di violenza carnale da un'impiegata d'albergo del Colorado: il caso venne poi dichiarato nullo dal tribunale, senza processo, n.d.r.) e proprio allora ebbi enormi manifestazioni di sostegno dalla comunità nera. Così mi sentii ancor più motivato nella mia parte di role model».
Gli chiedo che cosa vuol dire esattamente per lui. «Secondo me significa essere capace, e voler influenzare gli altri, a dare il meglio di se stessi. Un atleta di successo è nella posizione ideale per ispirare gli altri. Dobbiamo essere eroi, nella sconfitta come nella vittoria: tutto si svolge in diretta, sotto gli occhi degli spettatori, senza editing. Ci guardarono superare ostacoli, infortunarci e fare cose "impossibili". Cadere e rialzarci: il senso della vita. È quello che noi atleti possiamo fare anche fuori dal campo: aiutare a ricostruire altre squadre. Rafforzare la fiducia delle persone, ispirarle e osare l'impossibile».
Articolo del 15 maggio 2010
Un ringraziamento a Sofia Saponi e a Elisa Campana.
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